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Le manifestazioni del 12 e il popolo della scuola

by Michele Corsi — last modified 2011-03-15 18:43

Analisi della giornata di manifestazioni in molte città italiane a difesa della scuola pubblica e della Costituzione.

Le manifestazioni del 12 marzo avevano per tema la difesa della costituzione e della scuola pubblica, ma né i movimenti né i sindacati della scuola erano tra i promotori iniziali. In generale i movimenti e i sindacati della scuola hanno però deciso di "starci dentro", e oggi si può tentare un bilancio di questa scelta.

I due settori che hanno indetto l'appuntamento sono stati (tagliamo con l'accetta) un settore "girotondino" e il gruppo editoriale "La Repubblica". Anche l'Unità l'ha sostenuto fortemente, ma la sua influenza è ridotta.

Il 12 marzo era stato convocato inizialmente "in difesa della Costituzione". Poi il grande successo della manifestazione delle donne (e dunque il desiderio di replicarne i numeri) ha fatto virare gli organizzatori verso l'associazione tematica con la "difesa della scuola pubblica". Hanno colto con grande prontezza (molto più di sindacati e partiti) l'ondata di indignazione che è dilagata nelle scuole dopo le dichiarazioni di Berlusconi sugli insegnanti che passerebbero il proprio tempo ad "inculcare" il comunismo nelle deboli menti. Con il senno di poi possiamo dire che la scelta degli organizzatori è stata appropriata: i nostri amici di Roma ci parlano di 50.000 persone in piazza, a Milano erano 3-4.000, a Bologna 10.000, ecc. insomma diciamo un 100.000 persone in tutta Italia il 12 si sono mosse. Questi i numeri "veri": sparare cifre ridicole -un milione!- come stanno facendo gli organizzatori non fa bene a nessuno. Perché anche 100.000 è un numero di tutto rispetto (comunque non assolutamente paragonabile a quello raggiunto dalle donne il 13 febbraio), ma se vi sottraessimo il "popolo della scuola" che ha costituito larga parte dei partecipanti, beh, diciamo che quelle manifestazioni sarebbero state un flop ovunque, con l'esclusione di Roma dove comunque l'affluenza sarebbe stata molto più ridotta.

Il problema di chi ha gestito ed organizzato gli eventi, però, è che pur volendo che il popolo della scuola vi partecipasse, NON voleva che la scuola li cogestisse. In gran parte delle città gli organizzatori hanno fatto di tutto perché non fosse data "voce" alla scuola. A Milano a nulla è servita l'insistenza con cui Retescuole aveva chiesto che parlasse la gente di scuola: solo con la minaccia di contestazioni (di qui il comunicato) qualcosa è stato fatto. Poi, a Milano, in realtà, le preoccupazioni della vigilia sono risultate vane: l'impianto audio della piazza era talmente scadente che solo un ridotto settore di persone ha capito quello che veniva detto dal palco. Insipienza degli organizzatori? Certo, ma c'è anche un dato politico: il timore degli organizzatori che qualcosa sfuggisse a una regia che relegava la scuola ai margini è stato tale che hanno preferito fare a meno dell'impianto audio che la FLC-Cgil milanese era disponibile a fornire gratis (senza nemmeno apparire o pretendere spazi) e che aveva tutte le caratteristiche per irradiare ad ampio raggio. In compenso l'indistinto rumore di fondo ha favorito un afflusso ininterrotto da tutta la piazza ai banchetti di raccolta firme in calce alla petizione a Napolitano in difesa della scuola pubblica, organizzati dall'efficiente coordinamento Monza-Brianza.

Molti attivisti della scuola si sono chiesti, delusi, del perché di atteggiamenti così settari da parte di personaggi che, visti da lontano, sembrano dire anche cose giuste e condivisibili. Provo a dare una risposta tutta politica e tutta personale.

A sponsorizzare il 12 come appuntamento "anche" in difesa della scuola pubblica, è stato, come dicevamo, il gruppo di "La Repubblica". A questo gruppo e al suo proprietario De Benedetti interessa la scuola pubblica? Ma no. Quando la Gelmini approvò i suoi tagli e le sue riforme su "La Repubblica" non uscì manco mezzo commento critico. MA. "La Repubblica" sponsorizza una particolare uscita dal berlusconismo: è contraria a Berlusconi perché lo ritiene inadatto a gestire gli affari della grande industria e della grande finanza, dato che il Silvio pensa solo ai conticini suoi, e vorrebbe sostituirlo con un qualcuno di più presentabile e dedito al compito. Ma attenzione: vorrebbe sostituirlo mantenendo la continuità delle politiche economiche e sociali del berlusconismo, cui viene imputato anzi, da questo gruppo editoriale, troppa timidezza nelle privatizzazioni. Per questo "La Repubblica" sostiene una grande alleanza di tutte le attuali opposizioni sotto l'egida di un qualche capitano d'indutria "illuminato", un Cordero di Montezemolo, oppure di un Mario Monti, leader degli economisti liberisti nostrani. Ambedue implacabili nemici del welfare "dispendioso" e favorevoli ai tagli alla scuola pubblica. Per questo "La Repubblica" sostiene i sommovimenti sociali di stampo antigovernativo che attraversano il nostro Paese, perché sono l'unica maniera nella perdurante debolezza dell'opposizione politica di colpire Berlusconi, MA SOLO fino a poco prima che questi si tramutino in movimenti radicati sul territorio in grado di farsi "alternativa". Per questo "La Repubblica" ha sostenuto le lotte contro i tagli alla scuola dando loro grande spazio fino alla manifestazione del 30 ottobre 2008, poi improvvisamente: puf! di colpo la scuola è sparita dal suo orizzonte. Per questo ha sostenuto la lotta degli universitari dell'autunno 2010 ma appena ci sono stati accenni di radicalizzazioni e unificazioni con altri settori in lotta, ha battuto la gran cassa delle "violenze" e ha poi fatto sparire rapidamente dalle sue pagine ogni accenno alla riforma Gelmini. Per questo stiamo pur certi che dopo il 12, e per un bel po', non il quotidiano non parlerà di scuola. Il "partito" Repubblica vuol togliere di mezzo Silvio, ma allo stesso tempo non può tollerare che si formi nella società una alternativa che cresca dal basso e che imponga alla politica i propri contenuti. Perché poi per i Montezemolo o i Monti o i Tremonti che dovessero sostituire Berlusconi sarebbe un bel problema gestire masse in rivolta e crescenti aspettative sociali.

Si dirà: beh, allora siete stati proprio dei gonzi a cascarci. E perché mai? E' come se ci fossimo trovati di notte in una città deserta, passa un taxi e ci dice: se salti su ti faccio pagare poco. La manifestazione del 12 richiava di essere vuota, e il taxi si è riempito (suo vantaggio), però anche noi, popolo della scuola, siamo stati portati più avanti: grazie a questo "passaggio" tutti oggi in Italia sanno della terza ondata di tagli alla scuola pubblica, perché "La Repubblica", per motivare la gente a partecipare alle manifestazioni, ha diffuso le cifre in prima pagina. Beh: ci ha risparmiato mesi di volantinaggi, in una situazione in cui gran parte di sindacati e partiti, NON stanno facendo quello che dovrebbero per informare. In cambio non abbiamo dovuto abbonarci a "La Repubblica" né promettere fedeltà a Mario Monti: abbiamo invece partecipato ad una manifestazione in difesa della Costituzione, che male non fa. I nostri avversari del resto hanno ben riconosciuto chi erano i partecipanti, vedi la dichiarazione successiva della Gelmini secondo la quale gli insegnanti si fanno troppe manifestazioni.

E veniamo all'altro settore che ha promosso l'evento, quello "girotondino". La debolezza delle forze di centrosinistra e i svariati inciuci con il berlusconismo e il leghismo, hanno ridotto la loro capacità di mobilitazione. Così nel corso degli anni si sono susseguite ondate di movimenti politici "legalitari", antibelusconiani, che hanno riempito un vuoto di opposizione: non criticano le politiche sociali liberali del berlusconismo, ma l'impresentabilità di quella "persona" e di quel ceto politico. Prima ci sono stati i girotondini, poi i dipietrini, poi i grillini, poi i viola, e altri ne sorgeranno. Alla base si tratta di persone di svariata provenienza ideologica e in buona fede. I loro dirigenti invece non hanno nulla da invidiare a quelli dei partiti che tanto criticano: visti da vicino, direi anzi che sono peggio. Mentre il dirigente di partito ad un certo punto deve pur confrontarsi con un qualche comitato centrale che a sua volta è eletto da un qualche congresso, questi non devono mai rendere conto a nessuno. E ciò seleziona un ceto politico costituito da personaggi completamete malati di protagonismo, rissosi (sono sempre in lite tra loro, si dividono in mille sigle e gruppetti), urloni, arroganti e ignoranti della realtà sociale. Incapaci di parlare d'altro che non siano i processi di Berlusconi, tema importante per carità, ma chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese magari vuol sentirsi dire anche altro. Uno di questi personaggi è quello che ha diretto il palco alla manifestazione di Milano. Per nostra fortuna ben pochi l'hanno sentito, perché queste figure sono talmente convinte di avere a che fare con pecore pronte all'applauso non appena sentono salire il volume della voce, che ha gridato come un folle tutto il tempo al microfono, ma dati i problemi acustici sopraddetti, il risultato finale è stato un concerto di suoni striduli da gallina fritta viva, urli stile Tarzan e movimenti inconsulti sul palco. Uno spettacolo piuttosto imbarazzante se qualche mio alunno vi avesse assistito e mi avesse trovato nei dintorni. La gente che veniva a firmare ai banchetti commentava: ma perché si agita tanto quello lì? Non si capiva infatti con chi ce l'avesse.

Al di là delle simpatie politiche di ognuno, l'impostazione di "La Repubblica" e quella "girotondina", non fanno gioco alla scuola pubblica. Dal punto di vista degli interessi della scuola pubblica infatti sarebbe abbastanza indifferente se al posto di Berlusconi ci fosse Tremonti, perché i tagli è proprio Tremonti che li ha imposti. A noi un antibelusconismo privo di contenuti non deve interessare, o ci freghiamo da soli. Sarò ancora più esplicito; se anche Berlusconi fosse un inossidabile monogamo, per noi nulla sarebbe cambiato: lo stesso avremmo classi stracolme, precariato, licenziamenti. Con questo non sto affermando che coloro che frequentano gli ambiti "girotodini" facciano dei danni, so che tanta gente di scuola vi è impegnata. Però il lavoro che va fatto all'interno o quando si entra in relazione con loro non è tanto diverso da quello che tocca fare nei e con i partiti e i sindacati. Le logiche che vi dominano sono del tutto simili (leaderismo, settarismo, cura della propria bottega). Oggi sappiamo che nel rapportarci con questi settori dobbiamo avere lo stesso atteggiamento che abbiamo verso partiti e sindacati. Anche con questi ultimi abbiamo fatto pezzi di strada insieme ed altri ne faremo, ma sappiamo anche a nostre spese dove troppo spesso vogliono andare a parare, e col tempo abbiamo imparato a "gestirli". Insomma: nessun settarismo, ma occhi aperti con tutti.

E così arriviamo al bilancio del 12. Molti di noi si sono detti: prendiamo il taxi e cerchiamo pure di farlo andare nella direzione giusta. Ci siamo riusciti? Il trionfalismo non si addice a gente concreta come quella della scuola pubblica, e quindi verrebbe da dire: così così. La propaganda sui tagli intrapresa da "La Repubblica" ci ha fatto comodo da morire. Nelle piazze è invece andata diversamente. Quasi ovunque è stato letto il pezzo di Calamandrei, come chiedevamo. In alcune città tra cui Roma, nonostante la forte caratterizzazione della piazza (con cartelli contro i tagli, lo striscione dei precari, ecc.) le aperture sulla scuola pubblica dal palco sono state scarse. A Firenze e a Milano si è imposta una presenza in piazza della scuola molto caratterizzata e che non poteva essere ignorata. E' però a Bologna dove il successo di questa impostazione è stato schiacciante. Grazie al fatto che la manifestazione è stata interamente gestita dalle scuole si è dato vita ad un evento festoso, partecipato, tutto caratterizzato sulla "scuola della costituzione". Il numero di partecipanti, in proporzione agli abitanti, è stato di gran lunga superiore a quello romano. Il che la dice lunga anche sulla miopia degli organizzatori nelle altre città. Bologna torna di nuovo dopo molto tempo all'avanguardia dei movimenti a difesa della scuola pubblica. Il loro provveditorato deve essere assai preoccupato sul come far passare i tagli.

Dunque, anche se i risultati dal punto di vista del movimento a difesa della scuola pubblica non sono disprezzabili, non essere riusciti a trasformare ovunque il 12 in una scadenza "vera" in difesa della scuola pubblica (come è accaduto a Bologna) ci costringe ad un surplus di attivismo resistente. Anche perché si sperava che il 12 facesse da volano allo sciopero della scuola che la FLC Cgil aveva proclamato per il 25. 12+25 sarebbe stata una bella doppietta. Purtroppo non si devono fare i conti solo con la dabbenaggine dei megalomani da microfono, ma anche con la "vecchia" politica sindacale che annulla uno sciopero proprio quando sarebbe indispensabile. Sì, certo, lo so che c'è lo sciopero generale del 6 maggio, ma per allora i tagli saranno già digeriti. Come movimenti, così, ci si sta attrezzando su due campagne: la lotta contro i tagli (e in difesa di quel che rimane del tempo pieno) e il boicottaggio dei test Invalsi.

Verrà il tempo in cui sindacati, partiti e leader improvvisati capiranno che se crolla la scuola pubblica, va a farsi benedire un pezzo di civiltà. Nell'attesa, tocca far da soli.