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Riflessioni sullo sciopero del 28, a partire dalla scuola

by Michele Corsi — last modified 2011-02-01 15:58

Bilancio dello sciopero indetto dalla Fiom e dai sindacati di base e della giornata di lotta dei settori della conoscenza.

Il 28 gennaio si è svolto lo sciopero dei metalmeccanici indetto dalla Fiom e quello generale promosso dai sindacati di base. Su quella data avevano puntato anche altri settori della scuola non strettamente sindacali. Vale la pena tentare un bilancio di questa esperienza.

Dal punto di vista dei metalmeccanici lo sciopero è stato senz'altro un successo. Le manifestazioni erano molto partecipate (sia a Milano che a Torino la testa del corteo è arrivata a destinazione quando la coda doveva ancora muoversi) e vi si respirava un clima per nulla rassegnato. Non era uno sciopero destinato a ribaltare i rapporti di forza, ma a tenere insieme e a rafforzare il blocco resistente dei metalmeccanici. La Fiom ha favorito in questo modo una dinamica di identificazione rappresentanza-rappresentati la cui importanza è da troppi anni sottovalutata dalla sinistra e dal sindacato: la forza di un soggetto sociale (e dunque il suo potere di contrattazione) si moltiplica quando ha piena fiducia nella struttura organizzata di cui è parte. Questa felice relazione base-organizzazione, funziona come un accumulatore di energia: le forze non si disperdono, anche in presenza di colpi e batoste, la depressione sociale non dilaga, anche quando si registrano sconfitte. Al contrario non c'è nulla che induca tanta passività quanto la presenza di rappresentanze che tradiscono o che, semplicemente, evitano di fare ciò che competerebbe loro: rappresentare gli interessi dei rappresentati, in maniera determinata e sicura.

E' questa la ragione che spiega come la Fiom sia riuscita ad attrarre intorno a sé pezzi consistenti di società, intellettuali, ad esempio, o altri settori di lavoratori. In un periodo storico di crisi della rappresentanza, una rappresentanza "vera", che fa il suo mestiere, attrae simpatia, stupisce, quasi. E la Fiom sta amministrando questo crescente consenso con apertura e intelligenza. Tutti abbiamo ascoltato nelle scuole colleghi che scherzando dicono: ma non ci si può iscrivere alla Fiom? La Fiom è l'unica organizzazione di massa il cui corrispettivo molta gente desidererebbe vedere sul piano politico. Le manifestazioni del 28 erano costituite per circa un quarto da "altro", oltre che dalla Fiom. Non c'erano solo gli studenti, ma anche rsu cgil di posti di lavoro che autonomamente avevano deciso di scioperare. Questa dinamica ha costretto i vertici della Cgil a mitigare e poi ad annullare completamente i distinguo che separavano pubblicamente l'azione Fiom dalla posizione Cgil, distinguo intorno al quale nella prima metà di gennaio i mass media e i loro padroni avevano abbondantemente e furbescamente ricamato. Del resto, se la Camusso non avesse manifestato almeno a parole pieno appoggio alla Fiom, avrebbe pagato un prezzo assai elevato, perché troppa gente si sarebbe domandata: cara Susanna, critichi la Fiom perché troppo estremista, ma allora tu: che proponi?

Bene, passiamo alla scuola. Oltre a cobas e cub su quella giornata hanno puntato la sinistra della Flc, i coordinamenti dei precari, le associazioni e i coordinamenti insegnanti-genitori in lotta contro la Gelmini, i gruppi universitari, gli studenti medi. Non c'è sigla di una qualche consistenza del vasto arco di gruppi che si oppongono alla Gelmini che non abbia valorizzato il 28. Tutti, ma non la Flc, l'organizzazione, sulla carta, più potente nel mondo della scuola.

Molti di questi soggetti avevano chiesto alla Flc di proclamare lo sciopero per il 28. E non per "solidarietà" con la Fiom, doverosa, ma abbastanza astratta in una categoria assai vessata negli ultimi anni. Di ragioni perché scuola e università scioperassero ve n'erano e ve ne sono in abbondanza "di per sé": precarietà, blocco del contratto per tre anni, dilazione degli scatti di anzianità, soppressione incombente di altri 35000 posti di lavoro... L'ondata di opposizione dal basso alla sperimentazione del merito testimonia di una intatta volontà di resistenza. Ma la direzione della Flc si è rifiutata. Le giustificazioni addotte sono varie e, a tratti, esilaranti: da "non c'erano i tempi tecnici" e "la Fiom doveva concordare la data con noi" (segreteria milanese) a "è stata la stessa Fiom a chiedere alla Flc di non far sciopero, per non essere oscurati" (segreteria nazionale). Per vincere l'imbarazzo i dirigenti Flc hanno distribuito in tutta Italia permessi sindacali ai membri dei direttivi, come se questo avesse potuto coprire la colpevole assenza del sindacato. Pantaleo, segretario Flc, come alla fine anche la Camusso, si sono sperticati in dichiarazioni di "solidarietà" verso la Fiom, quando l'unica solidarietà con un qualche valore sarebbe stata la proclamazione dello sciopero di altre categorie nella stessa giornata.

Nelle scuole c'era voglia di adesione allo sciopero del 28. Ai lavoratori della scuola ne capitano di tutti i colori senza alcuna reazione sindacale adeguata. Alla base è da un po' che non si sente più la frase: "siamo stanchi di far sciopero". La partecipatissima assemblea sindacale metropolitana convocata dalla Flc a Milano per parlare della sperimentazione del merito, ha accolto con grandi applausi gli interventi che chiedevano alla Flc di unirsi allo sciopero del 28. Uno dopo l'altro anche i coordinamenti precari che hanno dato vita alle intense lotte di questi ultimi due anni si sono pronunciati convintamente a favore, e al loro interno abbondano gli iscritti alla Flc. Hanno aderito anche importanti Rsu di scuole e di università. Ma questo non è bastato a smuovere la direzione della Flc.

Allo sciopero del 28 così, i lavoratori della scuola, hanno partecipato in un numero tale da non emergere come soggetto sociale. Certo, i numeri sono superiori a quelli che i sindacati di base normalmente raccolgono, e si sono ritrovate tutte le "avanguardie" che in questi anni hanno costruito la resistenza della scuola pubblica, ma in piazza non c'è stata la "massa". In questa fase la Flc mantiene la chiave della mobilitazione della categoria. Il che accresce le sue responsabilità, l'importanza del lavoro di chi all'interno fa opposizione, ma ne rende anche più grave la colpa per la mancata indizione dello sciopero.

Per capire la gravità di questa assenza, proviamo un attimo a immaginarci cosa sarebbe stato il 28 CON la scuola. La giornata avrebbe avuto tutt'altro peso. La stessa protesta metalmeccanica avrebbe assunto un'importanza maggiore, perché avrebbe dimostrato di poter portare sul proprio terreno anche altri pezzi di società. Il 28 si sarebbe trasformato in una sorta di sciopero generale, coinvolgendo le due realtà che più si sono opposte negli anni alle politiche neoliberali. Sarebbe diventato un segnale non di volontà di resistenza, come è stato il 28, ma un'azione offensiva, "pericolosa", una congiunzione di settori sociali in lotta, la cui separazione è una condizione di sopravvivenza dell'attuale politica economica. Avrebbe permesso ai lavoratori di essere protagonisti dentro la crisi politica, senza attenderne gli esiti dalle imprevedibili contorsioni parlamentari o dalle iniziative della magistratura.

Però. Segnali di una convergenza sociale dei settori più colpiti dalla crisi se ne vedono in giro. E in fondo anche i cortei del 28 ne hanno offerto qualcuno. Per la prima volta in diverse città i sindacati di base hanno sfilato in corteo insieme ad un pezzo di Cgil invece di manifestare separatamente: è accaduto ad esempio a Torino, a Napoli e, per il settore scuola, a Milano. In molte città diversi settori studenteschi si sono mescolati ai cortei operai. Da questo punto di vista è un peccato che a Milano un settore dei collettivi studenteschi abbia preferito dar vita ad un corteo solitario. Non si comprende perché, dopo essere giunti alla decisione di scioperare il 28 proprio per l'iniziativa dei metalmeccanici, questa parte della rappresentanza studentesca abbia poi deciso di starne alla larga. Non partecipare al corteo Fiom perché comunque "cgil", significa scegliere di eleggere la "sigla" a barriera che impedisce ai soggetti sociali di incontrarsi fisicamente. Per "incontrare" gli operai si pretende forse che improvvisamente si disfino in massa delle proprie tessere, magari di quella che attualmente dà loro più soddisfazione? La fondamentale realtà degli studenti medi (che a Milano ricoprono la stessa importanza sociale che a Roma hanno gli universitari) dovrebbe riflettere sul fatto che la gran parte dei collettivi è espressione dei licei, che (le statistiche parlano chiaro) non sono esattamente le scuole dove finiscono i figli dei metalmeccanici. Aver scelto di star lontano dagli operai è stata una continuazione della separazione che purtroppo la scuola pubblica (che difendiamo, ma che andrebbe sotto molti aspetti ribaltata) produce, una separazione di classe, "mascherata" in questo caso dalla diversa appartenenza politica. In Largo Cairoli una parte degli studenti ha sfilato gridando "que se vayan todos": se questo slogan è "vero" gli studenti sperano forse di metterlo in pratica senza gli operaiacci partiti da Porta Venezia? Lo slogan è stato coniato durante la rivolta argentina, e quelli che lo gridavano erano i figli impoveriti e senza prospettiva della classe media, ma insieme al proletariato "classico".

Non occorre però drammatizzare queste contraddizioni. Siamo solo all'inizio di un lungo "allenamento" in cui i diversi soggetti sociali (abbiamo visto quest'inverno entrare in scena anche i migranti) dovranno imparare a parlarsi, senza elevare a barriera le diverse appartenenze. O lo faranno, o perderemo tutti.