SCUOLA
Roma,
2011-01-26
Allegato odg valutazione
Documento politico di analisi allegato all'odg sulla valutazione delle scuole e dei docenti.
ALLEGATO
Sulla “Proposta di progetto sperimentale per premiare i singoli insegnanti che si distinguono per un generale apprezzamento professionale all’interno della scuola” e sulla “Proposta di progetto sperimentale per la valutazione delle scuole”.
Il CDN FLC CGIL, riunito a Roma il 22 dicembre 2010, esprime le seguenti considerazioni:
- il rinnovato tentativo da parte del Ministero di introdurre nella scuola pubblica sistemi di valutazione del merito ha come scopo la diffusione della concorrenza (tra le scuole e all'interno personale docente) e la gerarchizzazione del personale;
- nel progetto sulla valutazione del “merito” si parla di un cosiddetto modello “a regime” da attuare dopo la fine del blocco triennale dei contratti e dopo l’attivazione di nuovi strumenti di monitoraggio e valutazione di sistema: dopo la fine del blocco dei contratti verrebbe eliminata la progressione di carriera per anzianità e sarebbe sostituita da un sistema di valutazione;
- in questo modo si aprirà la strada all’attuazione della proposta di legge Aprea, vale a dire alla chiamata diretta del docente da parte del dirigente, all'inserimento di soggetti privati nella scuola, alla delegittimazione del collegio sostituito da un consiglio di amministrazione. In prospettiva, l'istruzione sarebbe definitivamente asservita a logiche aziendali. (Non a caso, la ricerca esterna sarà affidata dal Ministero alla Fondazione San Paolo, a Treellle e alla Fondazione Agnelli, realizzando così in modo definitivo l’ingresso di soggetti privati esterni al mondo dell'istruzione);
- gli attuali progetti ministeriali di valutazione si sovvenzionano con "risparmi" ottenuti tagliando oltre 140.000 posti di lavoro;
- la percentuale di lavoratori cui è rivolta o si rivolgerà in futuro una qualsiasi retribuzione “premiale” è e sarà, per forza di cose, sempre e comunque arbitraria, proprio in quanto “percentuale” prestabilita;
- qualsiasi forma di competizione “premiale”, applicata alla scuola, penalizzerebbe i risultati globali, invece di migliorarli. La visione aziendalistica mai si potrà adattare alla realtà viva ed operante del fare scuola: il lavoro di insegnante è al contempo individuale e di team. L’efficacia dell’azione educativa deriva proprio da condivisione di intenti, dalla cooperazione e non dalla competizione;
- l’introdurre di fatto forme di competizione all’interno del corpo docente costituisce di per sé un paradosso, ma diviene persino diseducativo nel contesto scolastico. L’esempio formativo che deve essere vissuto da alunni e famiglie è quello di una comunità educante il più possibile armonica e cooperante, in cui le diversità costituiscono ulteriore ricchezza, e non fonte di competizione e di frantumazione sociale. In aggiunta, basta ipotizzare che l’insegnante che vedesse remunerato le proprie “buone pratiche”, innovative o tradizionali che siano, non socializzerebbe più metodologie e materiali di lavoro, per ovvi motivi di convenienza economica (oltre che di prestigio);
- tutto ciò provocherebbe una ulteriore demotivazione della categoria, già frustrata dal pressoché nullo riconoscimento sociale del proprio ruolo e della propria funzione;
- i parametri di valutazione sono comunque vaghi, non-oggettivi e comunque estremamente parziali e decontestualizzati, in entrambi i progetti;
- per quanto riguarda la valutazione del “merito” dei singoli insegnanti, ci chiediamo cosa si andrebbe a valutare del “curriculum vitae”. Il numero di corsi d’aggiornamento frequentati, o la loro effettiva e produttiva ricaduta sulla reale e concreta attività didattica? E, nel secondo caso, come potrebbe essere oggettivamente, scientificamente misurata tale ricaduta? Verrebbe comunque mortificato il costante autoaggiornamento effettuato dai docenti, svolto sia per passione, che per necessità, vista la continua evoluzione del mondo attuale. Non sono quantificabili e certificabili le innumerevoli ore spese a leggere libri, guardare documentari, compiere ricerche su Internet. I tanti che si aggiornano in tale modo non potrebbero mai essere “premiati”, perché tutto ciò non è certificabile, ritrovandosi in una situazione di frustrazione e di conseguente demotivazione, con ricadute negative sulla stessa attività didattica;
- se si prendessero in considerazione le partecipazioni a progetti, un insegnante che, per scelta o necessità proprie, non abbia nel suo carniere tali partecipazioni, dovrebbe essere penalizzato, indipendentemente dalla reale efficacia della sua azione didattica. Ci chiediamo anche su quali parametri si andrebbero a valutare esperienze extrascolastiche, spesso estremamente formative ed indispensabili per aggiornarsi;
- la stessa commissione “giudicante”, composta essenzialmente dal dirigente e da due insegnanti, non offrirebbe nessuna garanzia di obiettività e spalancherebbe ulteriormente la porta a gerarchizzazioni, conflittualità e discrezionalità;
- l’introduzione di un “criterio” quale l'apprezzamento da parte di genitori e studenti per scegliere i migliori, trasforma un legittimo parere in un modo per valutare le competenze degli insegnanti. In questo modo, distrugge il carattere libero e gratuito della comunità educante, che troverà più conveniente, ma a livello di competizione individuale, assumere atteggiamenti “compiacenti”, quali attribuire voti più alti, assegnare meno compiti, ecc., in modo slegato dalle effettive necessità educative e didattiche. Anche questo aspetto comporterebbe un chiaro peggioramento dell’efficacia della stessa azione didattica;
- per quanto riguarda la valutazione delle scuole, i singoli istituti verranno valutati in gran parte sulla base dei test Invalsi, i quali si sono dimostrati, negli anni, del tutto inadeguati a misurare il livello di apprendimento degli alunni e del tutto estranei a valutare l'effettiva funzione della scuola nella crescita delle nuove generazioni;
- le verifiche esterne saranno effettuate da un team la cui “indipendenza” è tutt'altro che evidente e comprovata;
- verrà stilata una graduatoria tra le scuole e, cosa peggiore, individuata una fascia di migliori con una percentuale massima del 25%! (E se le scuole fossero tutte allo stesso livello, su che base si dovrebbe scegliere chi fa parte del 25% dei fortunati?);
- verrà istituito un Nucleo ristrettissimo di persone atte a valutare il restante personale, imprimendo un duro colpo ai processi democratici decisionali interni alla scuola, accentrando sempre più i poteri nelle mani di pochi;
- la sperimentazione ha come scopo “testare e mettere a punto protocolli di misurazione e valutazione sul campo per individuare un modello di sistema che possa entrare a regime nel medio termine”. Una misurazione che avviene, come si è visto in questi anni, tramite questionari a risposta multipla, spesso volutamente ambigui, redatti con un linguaggio medio-alto difficilmente comprensibile, da affrontare in una situazione del tutto estranea alle abitudini dei bambini/ragazzi, ovvero con modalità da concorso pubblico tra cui tempi irreggimentati e nessuna spiegazione da parte dei docenti. In altre parole, sulla base di un test standardizzato uguale su tutto il territorio nazionale – indifferente quindi ai contesti in cui le scuole operano e ai bambini/ragazzi reali che gli insegnanti hanno in classe – e a verifiche esterne per nulla trasparenti di un ispettore e due esperti “indipendenti”, si stilerà una graduatoria tra scuole. Il 25% di queste vedrà l’elargizione di un premio salariale ai docenti: se i bambini rispondono bene ai quiz, il professore guadagna denaro;
- le scuole “migliori” attrarranno non solo premi ma – in prospettiva – anche maggiori iscrizioni, quelle “peggiori” saranno ulteriormente abbandonate. Questo aspetto mette in luce la criticità dell’intera operazione: al diritto costituzionalmente garantito di offrire a tutti le stesse opportunità formative ovvero la scuola migliore possibile, si sostituisce una premialità che inverte, nei fatti, questo diritto. Se l’interesse fosse quello di indagare gli elementi di criticità del sistema formativo pubblico per correggerli, si dovrebbe infatti investire (non premiare) laddove si verificano maggiori difficoltà: interventi per diminuire la dispersione scolastica, miglioramenti delle strutture, sostegno agli insegnanti che operano in contesti di maggiore disagio sociale, culturale, economico;
- “premiare” chi ottiene risultati migliori ai test ha come effetto l’allargamento della forbice tra scuole di serie A e scuole di serie B. L’esperienza di paesi “avanzati” in questo processo, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, ne è conferma;
- i test condizionano inevitabilmente la didattica in classe: già ora, con l’introduzione obbligatoria del test Invalsi come quinta prova scritta nell’esame di terza media, una parte del tempo scuola deve essere dedicata all’addestramento ai test. Tempo sottratto ad altro;
- cosa avverrà nelle scuole quando i test avranno la funzione di elargire premi in denaro ai docenti? Quanta buona didattica sarà sacrificata? Quanti saranno gli insegnanti che preferiranno formare i loro alunni alla complessità quando la banalizzazione rende, nel senso letterale del termine, assai di più? La scuola italiana è più avanti della cultura dei test. Fin dalla scuola elementare i bambini e le bambine imparano ad approfondire, a collaborare, a progettare. Sminuzzare il sapere in quesiti a risposta multipla, rimanda ad un insegnamento basato sul nozionismo, non sul ragionamento. La scuola torna indietro,cancella quanto di buono ha sperimentato in questi anni;
- la centralità del punteggio da raggiungere, incrementata dal nesso test/salario, indurrà l'intera didattica ad orientarsi verso il superamento dei test, con il ritorno quindi di una impostazione mnemonica, frammentata e nozionistica del sapere;
- si può obiettare che una valutazione delle scuole è comunque indispensabile. Il problema è che la scuola non è una macchina che deve produrre un certo numero di pezzi e la cui performance è misurabile in una relazione di convenienza produttiva diretta. Bambini e ragazzi non sono prestampati in plastica;
- un altro elemento di riflessione è lo stress da prestazione di cui parlano le esperienze anglosassoni: stress per i bambini e i ragazzi, ma anche per i docenti e la scuola nel suo insieme.
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